Chiesa della Madonna delle Grazie

La Madonna della Botte

tra storia e leggenda

 

L’immagine della S.S. Vergine detta degli “Affrichelli”, volgarmente detta della Botte, è rammentata negli archivi diocesani a partire dall’anno 1600.

0Il dipinto raffigura la madonna che sorregge il bambino contornata da una schiera di angeli. L’attuale restauro ne ha stabilito l’epoca di esecuzione databile intorno alla seconda metà del 1500, ma non la mano o la scuola che lo ha eseguito. E così, tutti ne eravamo incosciamente consapevoli, doveva essere. La pregevolezza del quadro sta, secondo gli esperti della Soprintendenza alle Belle Arti, “nella densa atmosfera, negli atteggiamenti essenziali, nella ricchezza dei colori come pure in una monumentalità non priva di dolcezza”.

Ma al di là della situazione cromatica ed iconografica, l’importanza del dipinto è legata alla storia che lo riguarda e che da sempre lo avvolge in un alone leggendario.

Conosciuta più tardi come la Madonna delle Grazie, la tela ebbe una primitiva denominazione quale Madonna degli “Africhelli” o “Affrichelli”. Questa dicitura è stata nel tempo soggetta a varie ipotesi. Gli Affrichelli sembravano essere, secondo alcuni, una famiglia del luogo che avrebbe commissionato il quadro.

Durante la prima metà del 1500 molte navi pirate provenienti dalle coste Africane del mediterraneo e particolarmente dalle città di Tunisi, Algeri e Tripoli, devastarono il nostro litorale, predarono bestiame e si impadronirono di donne e bambini.

Si andò formando, in quel lontano secolo, una comunità di gente con radici diverse da quelle della popolazione locale, videro la luce bambini di sangue misto nati in situazioni disagiate e che, proprio per questo, venivano spesso lasciati al proprio destino. Per la loro origine di figli di nessuno, ma al tempo stesso origine palese a tutti, fu dato loro il nome del vento che li aveva metaforicamente trasportati, furono detti “Affrichelli”, quasi fossero stati generati dall’Africo o vento di libeccio che tanto spesso soffiava da O.S.O. verso le nostre coste.1

Sarà Proprio dopo il 1571 che alcune comunità di fuggiaschi chiamate in gergo locale “Affrichelli”, cercheranno rifugio nella collina maremmana della contea degli Sforza e particolarmente nella “Terra di Scanzano”. Il resto della toscana, sotto la signoria dei medici legati all’influenza spagnola, non avrebbe certo potuto accogliere queste comunità.

Gli “Affrichelli”, laboriosi, efficienti, ricchi di iniziative economiche, quanto mai prolifici, si insediarono dunque nelle nostre campagne prestando la loro opera alla coltivazione della vite.

Quale mano pietosa abbia dipinto la loro Vergine Maria è rimasto nel buio dei secoli. Ma qualcuno deve averla pur commissionata. Qualcuno che faceva parte delle Confraternite locali ed aveva dimestichezza a trattare coi poveri, gli umili, i perseguitati.

Erano operanti in Scansano, in quegli anni, tre confraternite: la Confraternità dell S.S. Sacramento sorta nel 1564, la Confraternità del S.S. Rosario operante dal 1471 e composta inizialmente da sole donne, e la più antica, sorta come Compagnia di Sant’Antonio Abate, la cui erezione si perde nell’epoca post francescana. Proprio a quest’ultima erano affidate tutte le opere di misericordia.

E’ da ricondurre ai componenti di questa benemerita confraternita il desiderio di dedicare una Madonna del Soccorso a questa comunità di gente moresca.

E la leggenda vuole che il quadro sia stato trovato proprio nel piazzale dove molti anni dopo, sarebbe sorta la Chiesa dedicata alla Madonna delle Grazie.

3E sarà proprio la figura di Quintilia la Scalza e il rinnovamento miracoloso della tela degli Affrichelli, a riportare la situazione religiosa di Scansano dal piano di una religiosità riservata ad una élite culturale, a quello di una religiosità popolare.

Da questo momento in poi, la Madonna degli Affrichelli, divenuta nel linguaggio volgare Madonna della Botte, assurgerà a simbolo di un potere divino dispensatore di Grazie. Per opera e direttamente dalle mani di Quintilia, conosciuta ormai con il solo appellativo della Scalza, venivano elargiti doni, censi e denari al fine di edificare un oratorio sul suolo dove la tela era stata ritrovata. E così dalle marine di Orbetello e Talamone, dai paesi dell’entroterra come Montiano e Magliano piovvero donazioni che permisero di innalzare la Madonna degli Affrichelli sull’altare el pubblico oratorio di Santa Maria delle Grazie già nel 1622.

Quando Quintilia fu ormai troppo vecchia  per condursi in giro attraverso le polverose strade maremmane, fu sostituita nel 1639 da un’altra “scalzina” di nome “Gratiosa”.

Solo pochi anni dopo i tempi diverranno maturi perché la Chiesa sia dotata di un proprio Rettore che ottemperi al compito delle elemosine a favore della Madonna.

Ormai il magico rituale delle due “scalzine” era terminato. Ma con esso non ebbe termine la devozione popolare.

L’immagine sacra, contornata da una modesta cornice, era costantemente protetta da un velo che si apriva nei momenti dedicati alle funzioni religiose. Iniziò da quella lontana prima metà del 1600, un continuo pellegrinaggio al Santuario, la cui felice posizione, tra i boschi e  il gorgoglio delle acque, invitata a piacevoli soste.4

In ricordo delle Scalzine è rimasto per secoli il contributo di fede che molte pie donne della Confraternita, ancora operante fino al’900, offrivano alla Madonna. Per nove giorni nel mese di novembre di ogni anno, esse percorrevano a piedi nudi la stessa via fangosa che la botte, con il prezioso bagaglio nascosto nel ventre, sembrava aver percorso.

Nacque dunque in quell’epoca remota la novena delle Scalzine, che termina ancora ai giorni nostri con la festa della dedicazione della Chiesa il 22 Novembre, oggi detta Triduo delle Scalzine.

La tela degli Affrichelli trae dunque le sue origini nella vita quotidiana della gente dedita ai lavori agricoli e in particolar modo alla coltivazione della vite. C’erano intorno a Scansano vaste zone da antica data coltivate a vite che, partendo dalla strada di Pereta, Vigna di Bano, arrivavano intorno al fosso degli Addobbi che cingeva il nostro castello.

Non lontano dalla piazza dell “Porta Nova”, appena fuori dal centro abitato, dal colle che degradava versi gli Addobbi, scendeva un copioso getto d’acqua in prossimità del quale gli uomini del contado erano soliti bagnare le botti in preparazione della vendemmia.

E narra la leggenda che fu proprio una di queste botti, rotolata dal vicino borgo denominato oggi “via della Botte”, che fu trovata la miracolosa tela.

Altri vogliono che il quadro fosse ritrovato in una botte galleggiante nel fosso degli Addobbi e portato immediatamente nella vicina Chiesa di San Giovanni. Ma, continua la leggenda, il giorno dopo i vignaioli trovarono nuovamente la tela in una botte cullata dalla complicità di una moderata corrente delle acque scansanesi.

Ecco dunque che la leggenda si innesta nella storia locale, nella vita degli uomini che F.Braudel, il grande storico francese, chiamerà alla luce della moderna storiografia, “i fabbricatori della storia”.

Ritornando quindi al nostro quadro, sarà proprio una componente della Compagnia di Sant’Antonio Abate, Quintilia detta la Scalza, a prendersi a cuore la  Madonna degli Affrichelli. Questa pia donna non esiterà a gridare al miracolo e del resto, in piena Controriforma, sarebbe stato difficile osteggiarla. Di bocca in bocca, di paese in paese, questo dipinto fu preso a simbolo dei più deboli, dei più bisognosi. Al tempo stesso le condizioni storiche della diocesi, i vescovi del momento, non potevano non appoggiare, se pur con discrezione, la miracolosa provenienza. Qualche anno più tardi la confraternita di Sant’Antonio Abate, unitamente alla  Confraternita del S.S. Sacramento, commissionerà alla scuola del pittore Sorri la grande tela della Mater OMNIUM che ha molte affinità con la Madonna del Affrichelli.